Mostra Bellomo Luchena Pitardi
20 aprile 2002 - Soleto c/o l'Opera Pia (ex-Villa dei Pini)

portfolio

Sandro Bellomo nasce a New York nel 1965; da quindici anni lavora come artista da strada. Vive a Soleto in P.zza Emanuele III, dove ha la sua casa-laboratorio (tel. 3292726150)

Paolo Luchena nasce a Soleto (Lecce) nel 1958, dove vive e lavora. Ha il suo laboratorio in via corte S. Spirito 6

Pasquale Pitardi nasce a Cursi (Lecce) nel 1953. Vive e lavora a Galatina in via degli Aranci 10 (tel. 0836/561029)

Massimiliano Cesari nasce a Maglie (Lecce) nel 1971. Laureatosi in storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Lecce con la quale attualmente collabora, ha al suo attivo diverse esperienze professionali in campo storico-artistico, e recentemente ha collaborato con la RAI nell’ambito di un progetto finalizzato alla schedatura di importanti opere pittoriche e scultoree. Vive a Maglie in via G. De Ferraris 51 (tel. 0836/483015)


Sandro Bellomo
Ancora una volta mi ritrovo vis-à-vis con la pittura di Bellomo, ancora una volta mi confronto con i suoi Volti. Al primo incontro fui colpito dalla forza espressiva, dai contorcimenti immobili delle facce dell’artista, collegate tra loro da una sottile e permeabile membrana che le rende compartecipi dei rispettivi destini. Esse infatti appartengono allo stesso gruppo etnico, vivono tutte nella stessa enclave, e non potrebbe essere altrimenti, visto che le distinzioni avvengono attraverso gli apparati esterni che ognuno di noi valorizza, e non dai volti, tutti dignitosi ed essenziali nella loro semplicità.
Ma qualcosa di inusitato qualifica i personaggi bellomiani, presentati su un supporto ligneo di piccolo formato, quasi fossero preziose formelle del portale di una cattedrale.
La ricerca condotta dall’artista su quella che in precedenza ebbi a definire una “mappa biologica ed esistenziale dell’individuo”, si concretizza con la realizzazione di nuovi ritrovati materici; il colore assume maggiore pastosità e sembra quasi essere il fulcro dell’intera composizione pittorica.
In realtà, è sempre il segno che valorizza e crea spessore nella produzione di Bellomo: l’elemento coloristico è solo la maschera delle sue rappresentazioni, potrei definirlo un epifenomeno, che ha funzione quasi da comparsa probabilmente utilitaristica, fungendo da piedistallo all’elemento segnico.
In queste atmosfere, le superfici dei Volti sono trattate con estrema ricercatezza, la manualità artigiana dell’artista irrompe sulla scena e crea effetti scultorei di rilievo e di plasticità, che permettono all’immagine – sempre più scavata da solchi e ricca di meandri – di collocarsi nello spazio con una propria volumetria.
È quasi naturale che gli sfondi (belli e significativi quelli celesti) utilizzati per l’impaginazione dei soggetti, accentuino la forza interiore ed espressiva degli uomini cui appartengono quelle facce, assegnando loro un silenzio religioso e una spiritualità che, se non fosse per la mancata frontalità delle immagini, ricorderebbero le preziose astrazioni delle icone orientali.
Bellomo ripropone nelle sue ultime opere, con rinnovato vigore, un’umanità consapevole delle proprie debolezze, ma per questo forte e dignitosa; la sua pittura dà volto ad eroi o a martiri - questo non fa differenza – fuoriusciti dalla comune normalità; le pennellate scandiscono, fissandolo, il momento chiave dell’ispirazione e dell’inasprimento della ribellione.
I soggetti sono vivificati da uno spirito che li rende impermeabili contro ogni forma di sopruso: essi si incuneano come avanguardia all’interno di un sistema artistico che, attraverso movimenti impercettibili come possono essere gli sguardi, utilizza un linguaggio espressivo fatto di silenzi e di osservazioni insondabili. Gli uomini di Bellomo respirano a pieni polmoni - dilatando ferocemente le narici come belve che annusano l’aria e il pericolo - le tragedie di un’umanità solitaria e sbandata, affiorante da un vuoto esistenziale che sgretola ogni rapporto.
L’isolamento vissuto dai suoi personaggi assume, in definitiva, valore difensivo; non occorre muoversi vorticosamente, prodigarsi in assalti inutili all’arma bianca contro un nemico evanescente: è più utile costituire un punto fermo, un pilastro che sia da sostegno e da riferimento a tutti coloro che, stanchi dello stoicismo venefico del vissuto quotidiano, sono pronti ad osservare cinicamente, ma in rispettoso silenzio, lo straziante spettacolo della “commedia umana”.

Paolo Luchena
Confidare nella pittura, e più in generale nell’arte, è il primo comandamento dell’artista Paolo Luchena: non c’è attimo in cui egli non sia proiettato nel mondo oniricamente concreto della sua produzione figurativa, stimolo continuo della propria esistenza.
Il furor generatore nasce dall’osservazione onesta e rigorosa della natura, madre di ogni sentimento e, principalmente, di ogni forma sensibile, da essa l’artista coglie l’essenza cromatica e le linee che compongono le sue opere.
Quello che compie non è, comunque, un semplice processo imitativo, ma un prelievo fortemente critico, e soggetto ad una successiva rielaborazione in chiave estetica: Luchena estrapola il senso più intimo dell’universo sensibile, ma visibilmente precluso ai più.
E proprio dalla natura che il pittore, neo artefice pagano, riesce a far trasmigrare – attraverso un processo di moderna alchimia di stampo avanguardista, simile a quella dei cubisti ortodossi – i simboli pittorici, di provenienza prettamente mediterranea (come i limoni, che i pennelli dell’artista trasformano in generosi e marmorei seni), generando, attraverso sapienti citazioni, un’iconografia di sapore rinascimentale.
I suoi Nudi artistici raffigurano donne-veneri dalle carni abbondanti e invitanti, creature procaci che all’occorrenza possono convertirsi in caste marie, ma sempre cariche di pathos e tensione erotica; i volumi solidi e tondeggianti delle donne sono impreziositi da un tessuto cromatico composto da una sapiente ed equilibrata giustapposizione di toni caldi\freddi, con una preminenza (non dispotica) del verde, presente in tutte le sue sfumature.
La scala cromatica realizzata dall’artista ( e non senza un lungo studio – anche teorico – alle spalle) genera l’universo multiforme delle sue opere: in questo climax figurativo rientrano anche i Fiori ciclopici e le Nature morte.
I primi sono rappresentati con rigore scientifico, e il particolare viene esaltato dall’occhio dell’artista come chiave di lettura dell’intera struttura compositiva: ecco che il colore, con la dilatazione delle forme, è eletto protagonista assoluto, i petali si trasformano verosimilmente in scaglie di armatura, in squame di serpente, in macchie di leopardo. Il soggetto, attraverso una descrizione fiamminga delle sfumature, si appropria così dell’intera superficie pittorica, e crea fantasticamente una realtà parallela, non affatto peggiore di quella concreta, in cui i fiori hanno dimensioni umane, anzi umanizzate e occupano un posto di primo piano nei cosiddetti generi artistici.
Le Nature morte, e questo vale anche per i Fiori, sono geneticamente assimilabili ai Nudi: i frutti che le compongono (anche qui soprattutto limoni) sono realizzati con le stesse volumetrie e con lo stesso impasto cromatico che caratterizzano il linguaggio pittorico dell’artista. Le Still Life (termine che meglio descrive la spiritualità del soggetto) rappresentano un ulteriore canto d’amore, quasi edipico, senza riserve e simbolismi, a Madre-Natura; in esse, infatti, non bisogna leggere reconditi significati simbolici (come i conoscitori sarebbero tentati a fare), ma un elogio puro, primitivo nella sua semplicità, a colei che permette a Paolo Luchena di esprimere i suoi mondi naturalistici, attraverso la perfetta sintesi di forma e colore, elementi anch’essi puri e semplici, “porte regali” della percezione visiva.

Pasquale Pitardi
È apparentemente difficile collocare la produzione artistica di Pasquale Pitardi all’interno di una categoria delle arti figurative, così come la tradizione artistica spesso pretende, e pericolosamente realizza. L’artista, e lo posso affermare senza perplessità, vive la sua ricerca in una fluttuante zona di frontiera, dove il bidimensionale (allegabile alla pittura su un qualsiasi supporto) si plasma con la tridimensionalità, ricca di vuoti e pieni, della scultura (praticata in maniera quasi classica), alla ricerca del genere artistico universale e completo, lontano dalla contemporanea e diffusa concezione autoptica che comunemente si ha.
È una lotta che Pitardi conduce incessantemente con consapevolezza, cosciente dell’importanza che essa detiene su se stesso e che gli permette, attraverso continui impulsi vitali, di concretizzare le ricerche e le sperimentazioni “pittografoscultoree”.
Una lotta generatrice, quindi, paradossale per certi versi, ma evidentemente emblema di un disagio ricollegabile ad una collettività sempre più distante e sprezzante, nei confronti di chi pratica arte: l’artista ha un bisogno costante, quasi spasmodico, di dialogare con chi si pone davanti all’opera; egli rivendica con forza il ruolo di catalizzatore tra i messaggi figurativi e il comune fruitore, cercando di scuotere e di invadere la coscienza estetica del pubblico.
Le Pittografosculture presentate in questa occasione, rappresentano un po’ il sunto del lungo percorso artistico di Pitardi: esse racchiudono - ma non custodiscono gelosamente, anzi sono pronte a rilasciarle a chi ne fa interessata richiesta - le essenze ispiratrici della sua “lotta ” artistica.
Le opere di Pitardi sono piccole, preziose sfere che pullulano liberamente, e salgono verso il cielo, trasportando le personali invocazioni dell’artista; esse contengono i colori che spesso si ritrovano in certi tramonti, cantati anche da Bodini, che invadono – insanguinandoli - i cieli del Salento.
Il mondo malato e corrotto dalla quotidianità, Pitardi lo sostituisce con un doppio – concreto e tangibile -, con un ritrovato paradiso terrestre, dove l’umanità si scioglie e rifluisce in una miriade di particelle, elementi costituenti la primordiale nebulosa della vita.
Pitardi afferma con le sue opere: sofferenza uguale vita. Sintagma chiuso e perfetto, meccanismo cinico di autogestione dell’universo; poetica chiave, che avvia i monumentali “teleri” ad un utilizzo profetico. Essi prefigurano la condizione del genere umano in un futuro più o meno prossimo, in cui ognuno di noi dovrà creare una personale via di fuga verso “paradisi artificiali”.
Il rifugio rappresenta ormai la terra promessa per ognuno di noi, il porto sicuro in cui riparare per respirare ossigeno pulito, e da cui ripartire consapevoli della validità della propria missione: queste “utopie” sono presenti nelle opere di Pitardi, che da eccezionale demiurgo le ha scomposte e collocate tra i meandri spaziali delle sue sfere, tracciando così una rifondata topografia dell’universo.
L’ordine riscontrabile nelle opere dell’artista, non è altro che una successiva ricostruzione del contemporaneo caos disgregante: c’è bisogno di un nuovo diluvio universale, di un nuovo rimpasto della materia, di una nuova grande e onesta rivoluzione estetica, la cui parola d’ordine, il nuovo motto dittatoriale, sarà dettato dagli stessi artisti, profeti invasati e credibili delle coscienze umane.

massimiliano cesari

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